di Giuseppe Sacco
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Vent'anni
fa, il 30 Novembre del 1989, un ordigno esplosivo di altissima
perfesione tecnica, colpiva e uccideva Alfred Herrhausen, europeista
convinto e membro del Comitato di Direzione della rivista, da me
diretta, "The European Journal of International Affairs", alla cui
collezione i lettori potranno accedere cliccando
su http://www.europeanjournal.org/issues.htm
Su quella morte - e soprattuto
sull'organizzazione che aveva voluto l'eliminazione di questo banchiere
anomalo - è risultato sinora troppo delicato fare luce. Ma il
significato politico di quel gesto criminale è assai chiaro, così come
l'intento dei mandanti di spazzar via le occasioni che sembravano
offrirsi all'Europa dell'Ovest e dell'Est con l'evento che si era
verificato esattamente tre settimane prima: l'abbattimento del Muro di
Berlino.
Ogni grande vittoria, ogni storica conquista ha – inevitabilmente – il suo costo, in genere un costo nascosto. E’ quello che gli economisti chiamano “il costo di opportunità”, e che corrisponde a tutto ciò cui si è dovuto rinunciare per ottenere quel che si è ottenuto. Vent’anni e tre settimane esatte dopo il crollo del Muro di Berlino, che aprì la strada alla riunificazione della Germania e poi al crollo del Comunismo realizzato e alla dissoluzione dell’URSS, ci si può chiedere perché mai questa regola della storia non dovrebbe valere anche per le grandi conquiste degli anni che vanno dal 1989 al 1991. Chiedersi cioé non ci stato un “costo di opportunità” per questi straordinari avvenimenti, qualcosa d’altro cui si è dovuto rinunciare. Nella gioia che quell’evento provoca ancora a vent’anni di distanza, si esita a rispondere affermativamente, e a chiedersi quale mai sia stato questo prezzo, e se sia comparabile al valore di quel che si è ottenuto. Perché non c’è dubbio che quel che venne realizzato in quel breve volgere di mesi è molto importante per la storia europea. Due Nazioni “di pari nobiltà” – avrebbe detto Shakespeare – tra le quali “per antica ruggine” e per contrastanti ambizioni di gloria c’erano state interminabili guerre, sono risorte dalle loro rovine: la Nazione germanica e quella russa, in un contesto in cui nessuna di esse può più perseguire ambizioni imperiali. Anzi, finalmente liberate dal soffocante carico di quelle ambizioni, avevano delibatamente rinunciato a farlo.. Eppure, un po’ prima che – tre settimane fa – da ogni parte venissero pronunciati i discorsi di circostanza, non è mancata una autorevole voce a imprimere una sfumatura meno trionfalistica a quelle rievocazioni, a ricordare quale sia stato il “costo di opportunità” di quegli eventi. “Abbiamo avuto vent’anni, dopo la Guerra Fredda – ha detto infatti Michail Gorbachev – per costruire un nuovo ordine mondiale. Ma li abbiamo sprecati”. E li abbiamo sprecati, in particolare, perché non si è capito, o non si è voluto capire, quanto diversa fosse la nuova Russia dalla vecchia Unione Sovietica, la disponibilità che in quegli anni – e per molti anni dopo di allora – animava il popolo russo nei confronti dell’Occidente, delle sue idee e del suo sistema politico-istituzionale. Il prezzo più alto, il più pesante “costo di opportunità” è quello che venne allora pagato dall’Europa, e un prezzo il cui ammontare – come dimostra l’irrilevanza della sua attuale, pietosa leadership - si accresce pericolosamente ogni giorno di più. Perché era proprio all’Europa che il crollo del Muro offriva un’occasione che non è stata colta; un’occasione ancora più grande di quanto non siano stati la riunificazione tedesca, e l’accesso all’indipendenza dei popoli dell’Europa centro-orientale, per secoli stretti nella tenaglia dei due opposti espansionismi. Certo, sia per calmare le ansie francesi sia per contrapporre la “europeizzazione della Germania” alle tendenze verso la “germanizzazione dell’Europa”, il Cancelliere Helmut Kohl ha favorito il Trattato di Maastricht e la creazione dell’Euro. Ed ha aggiunto un tassello importantissimo alla pacificazione tra Berlino e Parigi, la cui rivalità aveva per oltre tre secoli lacerato l’Europa occidentale. E’ stata così posta la parola “fine” in calce ad una sanguinosa e distruttiva vicenda che era costata al Vecchio Continente la perdita del proprio primato politico, culturale ed economico nel mondo, e che aveva consentito a due paesi “laterali”, la Gran Bretagna e la Russia, di costruirsi imperi mondiali cosi giganteschi, da portarli a nuovamente trovarsi faccia a faccia addirittura in Alaska. Ma nel pericoloso mondo del XXI secolo, è chiaro che la pacificazione franco–tedesca non basta, neanche con i tardivi e malcontenti accodarsi di un’Inghilterra in piena decadenza, a stabilire su base permanente la pace alle antiche nazioni europee. Perché, in un mondo in cui altri continenti stanno inesorabilmente scivolando verso guerre che promettono di essere terribili, la pace di cui esse hanno goduto nel cinquantennio postbellico possa divenire veramente stabile, è indispensabile che alla riconciliazione franco-tedesca si accompagni una definitiva e irrevocabile riconciliazione euro-russa, o perlomeno russo-tedesca. E il crollo del Muro, il dissolvimento dell’impero sovietico e quello della stessa Urss ne offrivano l’occasione. Un’occasione che però è andata perduta, tanto che oggi da ogni parte proliferano i corifei di una “nuova guerra fredda”. E pochi anni fa, Vladimir Putin – comprensibilmente, dal suo punto di vista, e soprattutto riflettendo l’amaro ripensamento del popolo russo – è giunto a considerare la separazione della Russia dai popoli che avevano sempre condiviso la sua storia come “ la più grande tragedia geopolitica del XX secolo”. E lo spreco che si è fatto di quell’occasione non si è ripercosso solo a danno dell’ Europa orientale e Balcani, dove ha portato ad una straziante guerra civile, e alla nascita di rissosi e feroci staterelli tribali. Al contrario, quello storico spreco si è ritorto sul cuore stesso dell’Europa, impedendo che nascesse una collaborazione alla pari tra Francia, Germania e Polonia, ed in generale contribuendo ad impedire che si costruisse quella che il suo originario promotore, Michail Gorbachev, chiamava a quel tempo la “casa comune europea”. Certo, il momento di Gorbachev, sulla mutevole scena russa, è durato troppo poco perché questa “casa” potesse avere solide fondamenta. Ma della brevità del suo passaggio è – in una misura che ancora oggi non è possibile valutare – responsabile lo stesso Occidente. Anche perché, di questo progetto, Gorbachev può vantare il copyright per quel che riguarda il nome, mentre il disegno vero ed articolato – comprendente una ristrutturazione guidata congiuntamente da Mosca e dall’Occidente e una privatizzazione graduale delle economie dell’intero mondo comunista – era nella mente e negli studi di un grande banchiere tedesco, il Presidente del Consiglio di Sorveglianza della Deutsche Bank, Alfred Herrhausen. Non a caso, Alfred Herrhasen era stata la prima personalità straniera che Gorbachev aveva ricevuto non appena eletto Segretario Gnerale del PCUS, nel Marzo 1985. E non a caso, appena tre settimane dopo la caduta del Muro, il 30 Novembre 1989, Alfred Herrhausen è stato assassinato da terroristi di alta professionalità, in una trappola mortale sui cui autori e mandanti sembra – ancora oggi, a vent’anni di distanza – sia ancora troppo presto perché si possa sapere qualcosa. Non c’è dubbio che Herrhausen fosse al centro delle grandi strategie. E ci stava non per qualche oscuro interesse o ambizione di potere, ma per il suo convincimento che l’ora dell’unità del continente fosse ormai giunta, che la sua forza economica attribuisse all’Europa il compito di ricostruire l’economia dei paesi dell’Est e della stessa Urss, e che questo compito potesse essere svolto in una maniera che il Cremlino poteva considerare compatibile con i propri interessi di sicurezza. Pochi come Herrhausen erano appassionatamente convinti che, ora che il dopoguerra appariva finito, il rinnovamento dell’Impero russo, il mantenimento di una garanzia sul suo "near abroad", e persino la transizione dal comunismo a qualche forma di politica meno totalitaria, fossero possibili, col sostegno di quelle forze economiche che egli stesso rappresentava al meglio. Ma era chiaro che le idee di quest’uomo, collocato al vertice del principale centro di potere economico della maggior potenza industriale d’Europa erano fatte per apparire a qualcuno come troppo ambiziose, così come pericoloso appariva il buon rapporto che egli intratteneva con Michail Gorbachev. Ma se Herrhausen aveva chiare le possibilità offerte all’Europa – e alla Germania – dalla conclusione della Guerra fredda, egli altrettanto chiaramente sottovalutava i vincoli che alla Germania – e a tutta l’Europa – erano stati imposti dalla conclusione della Seconda guerra mondiale, così come Gorbachev chiaramente sottovalutava la hubris di potenza e di vendetta suscitata in alcune fazioni politiche del mondo occidentale la non infondata sensazione di aver vinto la Guerra Fredda. Herrahuasen era troppo l’uomo di una Germania nuova, che ha quasi del tutto dimenticato il peso del passato nello sposare con grande slancio l’ideale dell’Europa unita, pacificata, e agli altri ed a se stessa amica. A qualcuno, forse a molti, tutto questo non piaceva. E coloro che si sono chiesti chi fossero mai questi – o queste – "qualcuno" non hanno ancora potuto, venti anni dopo l’attentato, darsi risposta. Certo è che c'era “irritazione nella finanza internazionale per il gioco a tutto campo di Herrhausen”. Egli aveva suscitato troppe “aspettative kennediane” ed era andato a sfidare il lupo nella sua tana quando, pochi giorni prima di morire, aveva illustrato sul Wall Street Journal la propria Ostpolitik economica, la visione di una Germania e di una Deutsche Bank "ponti" fra Est ed Ovest, motori della riconversione industriale e del nuovo sviluppo democratico dei paesi usciti dal freezer comunista. Non contento di ciò, Herrhausen era sul punto di pronunciare a New York un discorso sulle strategie che la Banca Mondiale avrebbe dovuto seguire per favorire la graduale trasformazione del blocco dell’Est e per la sua integrazione nel sistema economico occidentale. Per questo anomalo banchiere animato da una grande visione e dotato di una grande personale capacità di leadership, l'Est non doveva essere terra di conquista, ma quasi terra di missione. La data dell'assassinio di Alfred Herrhausen, data di oggi – 30 Novembre 2009, tre settimane dopo le celebrazioni per l’abbattimento di quell’orribile barriera di cemento che divideva in due la capitale tedesca – segna perciò il ventennale del giorno in cui del Muro è cominciata la ricostruzione. Ed è cominciata esattamente come nel 1961, con la chiusura dei “ponti” tra Est ed Ovest che Herrhausen aveva incominciato a costruire. E che molti, diversi ed oscuri fattori abbiano giocato in questa tragica vicenda, è mostrato con grande evidenza dagli eventi che all’assassinio di Herrhausen hanno fatto seguito. Tra il giorno in cui egli fu “liquidato” – con una bomba estremamente perfezionata, innescata da un raggio infrarosso invisibile nella luce del mattino, e programmata da qualcuno che sapeva che quel giorno il banchiere si sarebbe trovato nella prima auto del suo quotidiano convoglio blindato – ed il 1 Aprile del 1991, data dell’assassinio di Detlev Karsten Rohwedder, presidente dell'ente per la privatizzazione dei beni del defunto Stato tedesco.orientale, da parte di un ignoto tiratore scelto che usava un fucile di precisione in dotazione alla Nato, si consuma una tragedia per l’Europa intera. Ed è in questa tragedia che naufraga il progetto gobachoviano della Casa comune europea. Quella che era stata immaginata come una vera rivoluzione, in Europa e nel mondo comunista. è stata così soffocata sul nascere . E non poteva non essere che così, perché nell’Occidente erano prevalenti le forze che volevano “stravincere”. Perché in Occidente veniva allora trionfalmente teorizzato che i nostri princìpi economici erano totalmente e per sempre vittoriosi, che dopo il Muro il sistema occidentale si sarebbe affermato come la forma definitiva della vita associata, e quindi si sarebbe giunti alla ”fine della storia”. “Miseria della filosofia!”, avrebbe detto un economista morto da più di cent’anni, e di cui tutti - in primo luogo gli anglosassoni - sono ancora più o meno schiavi: perché questa specie di definitivo regno dei cieli, si è poi realizzato non con la “seconda venuta” di Cristo sulla Terra, ma con l’avvento dei managers della Enron e di Bernard Madoff. Col senno di poi, è facile dire che forse l’occasione di una svolta storica non esisteva veramente. Perché mancavano in Occidente le forze disposte ad accettare delle limitazioni al loro strapotere e alla loro arroganza. Anzi, dalla crisi del comunismo, quella che Charles Wright Mills chiamava the power élite era uscita animata da un fortissimo spirito di rivalsa per aver vissuto tanti decenni nel terrore di essere espropriata. E fermamente decisa a ritornare su quelle concessioni – in particolare il Welfare State – cui aveva dovuto sino ad allora piegarsi per ridurre l’appeal del Comunismo sulle masse popolari dell’Occidente. Soprattutto c’erano in Occidente delle forze sociali che – visto il sistema comunista in difficoltà – non volevano rinunciare a stravincere. Da ciò è nato l’estremismo ultraliberista consacrato nel Washington consensus, il cui principale e più implacabile braccio secolare è stata proprio quella Banca Mondiale che Herrhausen voleva convertire alle proprie idee. Ne è conseguito un ventennio terribile, segnato – in politica - da momenti abietti, come lo scandalo Lewinski, o tragici, come l’Undici Settembre. Ma soprattutto segnato, nella società e nell’economia, da un totale rigetto di un’altra idea di Herrhausen, quella che lo aveva portato al vertice della Deutsche Bank, E cioè l’idea secondo la quale era inevitabile che il mondo della finanza avesse potere, ma che doveva usarlo in maniera verantwortungsbewusst, in maniera consapevole delle proprie responsabilità. Di questo rigetto, la crisi finanziaria degli ultimi due anni è stata la inevitabile conseguenza. Il ventesimo anniversario della morte di Alfred Herrausen offrew così l’occasione di uno sguardo d’insieme al mondo di oggi: un mondo pericoloso, ed esso stesso globalmente in pericolo, in cui incurabili fattori di guerra fermentano in Medio Oriente, ed ancor più in Asia. Una situazione che fa capire perché persino Gorbachev, il principale attore della vicenda che ha portato al crollo del comunismo, all’abbattimento del Muro e alla dissoluzione dell’impero sovietico – o comunque l’uomo che ha messo in moto il meccanismo che avrebbe portato a tutto ciò – ha potuto malinconicamente constatare che oggi il mondo non è un posto molto migliore di allora. Ma soprattutto un mondo in cui i muri sono proliferati dappertutto, non solo attorno alla Cisgiordania e a Gaza, o tra Messico e USA, ma anche tra Ceuta e il Marocco, dove una feroce barriera fisica separa due realtà tra le quali il dislivello di ricchezza è di venti ad uno. Un mondo, soprattutto, in cui appare evidente la possibilità che una muraglia torni di nuovo a separare l’Europa dalla Russia, nonostante la evidente sua complementarità di interessi politici e ed economici on la Germania e con l’Italia. E l’opera di costruzione di questa muraglia ha avuto il suo sanguinoso inizio giusto venti anni fa, il 30 Novembre del 1989, con il sacrificio di un banchiere tedesco forse troppo in anticipo sui tempi, ma certo animato da un ideale grandioso e assai nobile. Un banchiere ed una visione che – allo stato delle cose – la sua stessa patria sembra aver paura di ricordare. da http://www.geopolitica.info/Notizia.asp?notizia=595 |
giovedì 26 luglio 2012
Come il Muro fu ricostruito
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